RICHARD FLANAGAN

«Questo è un libro d’amore in un libro di guerra. L’amore è quanto di più alto abbiamo, è lì che scopriamo l’immortalità. Per raccontare la verità non si può scendere solo nel buio, nell’oscurità. Come nelle grandi storie d’amore c’è sempre anche la morte. L’uomo è questo».

È Richard Flanagan a dirlo, in questa intervista, dove racconta che ha bisogno di tempo e silenzio per scrivere, che la ricostruzione storica spesso svia e così certi fatti se li è inventati. Qualcosa di simile l’ha detto anche Ishiguro: “spesso l’ambientazione diventa il protagonista”. Però Flanagan in Thailandia e Giappone c’è stato davvero, per incontrare le ex guardie del campo di suo padre.

Il libro  racconta la folle impresa dell’impero nipponico che, nel 1943, costrinse soldati australiani prigionieri e gli schiavi locali, a costruire la ferrovia tra Bangkok e la Birmania, che avrebbe portato alla conquista dell’India. Morirono in tanti, tra malattie e brutalità. Flanagan è figlio di uno dei pochi sopravvissuti: questa storia ha smesso di tormentarlo solo il giorno in cui si è messo a scriverla.

Scrivere la Storia. Ecco cosa ha fatto. Partendo dalla sua vicenda biografica ha esteso il racconto e l’ha reso universale. I ricordi, inanellati nella narrazione, non sono semplice cronaca bensì restituiscono il sentimento di quei giorni.
Come Jonathan Littell con l’infinito romanzo Le Benevole, sublime e orrenda epopea di guerra del gerarca nazista Maximilien Aue. Ma anche come Laurent Binet con il suo non-romanzo HHhH.
Qui, la ricerca personale, ossessiva ed esaltata, volta a raccontare dei due paracadutisti Gabčík e Kubiš che ammazzarono Reinhard Heydrich, esplicita la postura che ha ognuno di noi quando si mette alla ricerca di qualcosa. Di questo e altro parliamo al con Richard Flanagan al Circolo, lunedì 14 settembre alle 18.30.