ANTONIO MANZINI. 2 DOMANDE

Antonio Manzini è domani al Circolo di Torino e il 16 al Circolo di Novara con il suo Era di maggio, un bel Sellerio blu con un simpatico cane dalla bandana arancione in copertina.

Noi gli abbiamo fatto 2 domande:

1. Lei ha fatto l’attore, ha scritto una serie di romanzi e ora sta per mettersi al lavoro sulla serie tv tratta proprio dalle avventure di Rocco Schiavone. Ma ha scritto anche romanzi e film. Le chiediamo se c’è e qual è il valore aggiuntivo della serialità, di poter scrivere qualcosa che non si esaurisce nell’immediato.

Spada a due lame. Da una parte hai la sicurezza del porto comodo, del personaggio che già conosci, e che forse il lettore già conosce. Ti diverti a svilupparlo, a complicarne aspetti sociali e psicologici. Dall’altra hai lo stesso personaggio, che magari il lettore conosce, che tu conosci e che parla i quello. Ogni tanto ti piacerebbe prenderti una vacanza. Guardi, è come un rapporto matrimoniale. Se sei fortunato/a e hai una moglie/marito congeniali, che ami, che adori allora la serialità del rapporto dura e con gioia e spensieratezza. Il contrario no. Io e Rocco siamo felicemente sposati.

2. E poi: lei è uno di quei lettori nostalgici della carta stampata oppure si concede alla lettura digitale?
E come gestisce il suo profilo Facebook? È importante nella promozione dei libri?

Lettura digitale ci ho provato, non mi fa impazzire ma credo sia solo questione di abitudine, prima o poi sarò più costante. Il profilo fb… ci vado ogni tanto e niente più. Non credo sia importante nella promozione di libri. Chi è tuo amico lo sa che scrivi. Non c’è bisogno di ricordarglielo. E’ più divertente leggere le cose che scrivono gli altri. O raccogliere le critiche. Insomma può diventare una piazza dove ti confronti con gli altri. accade rare volte, il più sono foto di piatti al ristorante, tramonti sulla spiaggia, cani gatti bambini, e quanto sono bella al mare, e quanto sono attraente in montagna, però ogni tanto si leggono cose interessanti. Mi correggo, cose interessanti quanto le foto di cani. Quelle sono importanti e un paio ne ho messe pure io.

Nell’esergo di Era di maggio c’è una poesia di Caproni: “Un uomo solo, \ chiuso nella stanza. \ Con tutte le sue ragioni.” Quell’uomo solo è il commissario Rocco Schiavone, romano trapiantato in Valle d’Aosta che, della romanità, si porta dietro una buona dose di sarcasmo e lo sguardo cinico sul mondo. Fa pensare al detective più famoso della storia del cinema: Philip Marlowe.
Il personaggio di Raymond Chandler ha vissuto prima sulla pagina e poi sul grande schermo con la faccia, tra gli altri, di Bogart e Mitchum. Tutto d’un pezzo, Marlowe. Romantico ma severo.

Rocco Schivone, però, ha più in comune con un altro Marlowe, quello con sembianze di Elliott Gould. Parliamo di Il lungo addio di Robert Altman. In questo film il detective è preoccupato tanto per il delitto che deve risolvere quanto di rifocillare il gatto rosso e schizzinoso. È il Marlowe a cui capita di essere definito “perdente nato”, il Marlowe contemporaneo che indaga a Los Angeles: niente più fumosi night club e scenari notturni, no, atmosfere calde e spiagge.
Quella di Altman è una revisione del genere, molto simile a quella che fa Manzini con il suo Rocco, trasportandolo, per esempio, in Valle D’Aosta, ambientazione lontana dai cliché del giallo nostrano.  E infatti i gialli di Manzini rispettano le coordinate del giallo, ma al contempo ne stravolgono i tratti. Dopo Altman, nel cinema, arrivano Lynch e i fratelli Coen a dare la loro versione del genere. Noi leggiamo di Rocco e vediamo dove ci porta, soprattutto ora che diventerà anche il personaggio di una serie tv.