FRANCESCO BIANCONI. 2 DOMANDE

Abbiamo chiesto a Francesco Bianconi che cosa ne pensa della poesia, adesso. Se è viva, se è morta, se è zombie. E poi gli abbiamo fatto una domanda sull’Expo e sul chiasso che si fa intorno al cibo, adesso.
Oggi è il giorno giusto per chiedergli altre cose, viene al Circolo alle 21.

E poi ci diamo, con lui, al giardinaggio dei fiori del male, è necessario vivere, bisogna scrivere, all’infinito tendere. Ricordati Baudelaire. Baudelaire. Baudelaire.


 
1. Il tuo personaggio, Ivan, avrebbe voluto scrivere poesie ma diventa famoso per una serie tv sugli zombie. Nel libro citi Franco Loi. Tu che scrivi testi di canzoni, cosa pensi della poesia, adesso?
Ha valore, ha senso, è viva oppure è zombie?

La poesia intesa come genere letterario, quella stampata sui libri, per intenderci, mi dicono che sia in crisi e credo sia vero. Viviamo in un’epoca di ipercomunicazione sintetica, e di libero accesso ad essa, e una conseguenza di questa situazione è che tutti diventiamo, in potenza, poeti. Ognuno può scrivere un haiku su Twitter, e questo rende più difficile discernere quello emozionante da quello banale. È come quando ci son troppe persone in una stanza e tutte parlano a voce alta per farsi comprendere. Il mio romanzo è comunque ottimista sul futuro della poesia: la “resurrezione” del protagonista arriva proprio, a un certo punto, attraverso un “frammento d’arte” veicolato da uno smartphone.

2. E poi vorremmo sapere da te che hai cantato Milano, com’è cambiata con l’Expo, se è cambiata. E che traccia lascerà questa esperienza sulla città e sui milanesi, secondo te.

Credo che l’Expo non abbia fatto altro che consacrare una tendenza che era già in atto prima. Abbiamo infatti già da qualche anno capito che la cultura del cibo e le tradizioni gastronomiche sono una delle poche risorse da sfruttare rimaste al nostro Paese, e questa, di per sé, è cosa buona e giusta. Poi, come spesso succede, la buona intenzione viene deformata dal business più bieco e quella che poteva essere un’idea vincente si trasforma in mera moda. La Milano che vedo io adesso è un po’ questa: una città ossessionata non tanto dal cibo, ma dal “parlare del cibo”, dalla sua apparenza. Siccome il cibo è una cosa importante, spero che nel dopo Expo lo si tratti con ancora più attenzione e rispetto.

 

A stasera!