MIA STRANA GIOIA, MIA DOLCE NOTTE. LE LETTERE D’AMORE DI NABOKOV A VERA

Ti amo tantissimo. Ti amo in modo brutto (non arrabbiarti, amore mio). Ti amo in modo bello. Amo i tuoi denti… Ti amo sole mio, vita mia, amo i tuoi occhi, chiusi, tutti i piccoli dettagli dei tuoi pensieri, le tue vocali elastiche, la tua anima intera dalla testa ai piedi.

Un incontro segnò la vita di Vladimir Nabokov, prima che diventasse un mito della letteratura.
Giovane emigrato russo, conobbe a ventiquattro anni una donna di nome Vera. La ventunenne Vera divenne presto sua moglie, ma non solo, fu la sua editor, la sua agente, la sua parrucchiera. E pure la sua guardia del corpo: Vera era solita portare in borsetta una pistola per difenderlo.
La loro storia è descritta perfettamente in questa canzone dei Cani:



Fin dal giorno dopo il loro primo incontro Nabokov prese a scrivere a Vera delle lettere, raccolte nel volume Letters to Vera. Le lettere raccontano il più duraturo matrimonio di un letterato del XX secolo, la condivisione delle piccole inutili gioie delle vita e delle scoperte letterarie. Sono 46 anni di vita insieme, anni giocosi, romantici, in cui lo scrittore passa in rassegna tutto: animali, volti, parole, paesaggi. Testimoniano il cambiamento di intensità del loro amore, che rimane potente ma assume altre forme. Le lettere sono il modo che lo scrittore ha trovato per alimentare la passione, sono un gioco che dura tutta la vita.

Due mesi dopo essersi visti per la prima volta, Nabokov scrive a Vera:

Non voglio nasconderlo: non sono solito esserlo; beh, capito, forse; non mi succede spesso, quindi dal primo minuto del nostro incontro ho pensato: questo è uno scherzo…Poi…ci sono cose che sono difficili da spiegare. Contagerai il loro meraviglioso polline al tocco di una parola. Sei così dolce…

Sì, ho bisogno di te, favola mia, perché sei la sola persona con cui possa parlare dell’ombra delle nuvole, della canzone di un pensiero, e di come quando sono uscito dal lavoro oggi e ho guardato un girasole altissimo in faccia, mi ha sorriso con tutti i suoi semi.

Ci vediamo presto mia strana gioia, mia dolce notte.


E pochi mesi dopo le scrive di nuovo, descrivendo Vera come irrinunciabile: 

Come posso spiegarti, mia gioia, stupenda gioia dorata, quanto posso essere tuo con i miei ricordi, le mie poesie, i miei impeti, i miei vortici interiori? Come posso spiegarti che non posso scrivere una parola senza ascoltare come tu la possa pronunciare; posso solo ricordare le sciocchezze vissute con un rimpianto così acuto per non averlo vissuto insieme a te, anche se il più personale, il più indescrivibile. Non parlo semplicemente di un qualsiasi tramonto dietro l’angolo di una strada. Mi capisci, gioia mia?

Sono pronto a darti tutto il mio sangue, se necessario. È difficile da spiegare. Suona un po’ sciatto, ma è quello che sento. Ti dico che con il mio amore posso affrontare dieci secoli di fiamme, canzoni ed eroismo, dieci secoli interi, immensi e alati; pieni di cavalieri che cavalcano ardenti colline; di leggende sui giganti; della ferocia di Troia; di vele arancioni; di pirati e poeti. E questa non è letteratura, se tu ti mettessi a rileggere con attenzione scopriresti che i cavalieri sono diventati grassi.


Ti amo, ti voglio, ho bisogno di te incondizionatamente… I tuoi occhi, che brillano in modo così meravigliosamente fulminante quando, con la tua testa girata all’indietro, mi dice cose buffe; i tuoi occhi, la tua voce, le tue labbra, le tue spalle così luminose, solari… Sei arrivata nella mia vita non come quando qualcuno viene in visita… ma come quando qualcuno arriva in un regno dove tutti i fiumi attendevano un tuo riflesso, tutte le strade attendevano il tuo passo.


Le lettere sono il modo che Nabokov ha trovato per sfuggire alla stagnazione del rapporto con Vera. Scriverle lettere era il modo per alimentare la passione che minaccia sempre di spegnersi. Quando Vera andò in clinica a curare la propria ansia e depressione, lo scrittore elaborò una serie di giochi di parole, inventò nomignoli buffi, per farla sorridere. Sono: “passerotto”, “gattino”, “topina”, “scimmietta”, “fatina”, “gallina” ma anche “moscia”: Mia dolce moschina, ti amo. Ti amo, mia superlativa moschina… mia dolce creatura… ti amo. Vado a letto, moschina… Buona notte, mia cara, mia dolcezza, mia felicità. E osò anche un “puzzola”Bene, puzzola, buona notte. Non indovinerai mai (e ti bacio) cosa ti sto effettivamente baciando.


Le lettere di Nabokov a Vera sono un esempio di come le parole servano sempre, e sono testimonianza d’amore per una donna, e per la letteratura stessa.


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