Dizionario #4

Olimpia Imperio, docente di Lingua e Letteratura Greca // LA PESTE TRA STORIA E LETTERATURA

Quella che i Greci chiamavano λοιμός e i Romani pestis è una malattia infettiva di origine batterica dovuta a un microrganismo specifico, Yersinia pestis, che deve il nome al medico svizzero-francese Alexandre Yersin (1863-1943), il quale per primo, nel 1894, isolò il bacillo e ne produsse il siero. Normalmente questo bacillo ha come ospite le pulci parassite di roditori, di ratti e anche di alcuni carnivori (come la volpe) che costituiscono il serbatoio biologico dell’agente pestoso. Tra queste specie l’infezione circola senza causare alti tassi di mortalità; tuttavia, quando si verifica una epizoozia tra i ratti, le pulci in cerca di nuovi ospiti, si trasmettono anche agli umani, diffondendo la malattia; in effetti già dall’antichità era noto che a una moria di topi avrebbe fatto seguito il propagarsi della pestilenza. Il morbo si presenta in tre diverse forme, che traggono il nome dalle loro caratteristiche più evidenti: peste bubbonica, peste setticemica de peste polmonare. Tra i fattori che determinano il contagio vi sono certamente le condizioni igieniche: poiché il principale veicolo di infezione, il topo comune, si nutre di rifiuti urbani e popola copiosamente le aree sovraffollate, la mancanza di igiene favorisce in maniera esponenziale la diffusione del morbo.

Sino a qualche tempo fa si riteneva di poter parlare con certezza di peste solo a partire dall’epidemia conosciuta come “peste di Giustiniano”, che colpì l’intera area mediterranea tra il 541 e il 544 d.C. Tuttavia uno studio condotto da ricercatori dell’università di Copenhagen ha portato a scoprire che questa malattia esisteva almeno 3000 anni prima della peste di Giustiniano: era endemica tra Europa e Asia e non veniva veicolata dalle pulci ma dal contatto tra esseri umani: all’epoca il batterio della Yersinia pestis non aveva ancora subito la mutazione che l’avrebbe reso più potente e in grado di sopravvivere nell’intestino delle pulci e di lì diffondersi. Gli scienziati danesi hanno analizzato il DNA estratto dai denti di 101 individui vissuti in un ampio territorio compreso tra la Siberia e la Polonia, passando per l’Estonia e l’Armenia. In sette di essi, il più anziano dei quali morto 5873 anni fa, è stato identificato il batterio colpevole della peste: è dunque da ritenere che già allora questo morbo fosse una sgradita presenza per l’uomo, anche se ancora esente dalle mutazioni genetiche che hanno portato alla peste di tipo bubbonico; attaccava i polmoni e il sistema respiratorio e si trasmetteva col respiro: anche semplicemente tossendo, starnutendo e persino parlando. È probabile che le migrazioni dell’età del bronzo abbiano contribuito alla diffusione della peste polmonare, provocando il calo demografico verificatosi tra il IV e il III millennio a.C.

Una prima possibile descrizione di un’epidemia che si ipotizza potesse essere di peste bubbonica si trovano nella Bibbia (primo libro di Samuele), e altri riferimenti alla peste come a un castigo divino sono presenti nei Paralipomeni, nel Deuteronomio e nell’Apocalisse. E come frutto di un castigo divino l’epidemia è presentata anche nella prima descrizione letteraria della peste nella letteratura occidentale è l’epidemia lanciata nel campo acheo dalle frecce di Apollo come vendetta dell’offesa recata da Agamennone al sacerdote Crise nel primo libro dell’Iliade.

Ma fu lo storico Tucidide a fornire, nel secondo libro delle sue Storie, la prima descrizione della sintomatologia e del decorso clinico nonché dei risvolti etici (disprezzo delle leggi umane e divine, preludio al più completo degrado morale, con conseguente capovolgimento delle sorti umane) del flagello epidemico che si abbatté su Atene nell’estate del 430 a.C. (tifo esantematico o petecchiale? leptospirosi? tularemia?), dal quale lo stesso Tucidide fu colpito e che tra gli altri costò la vita anche a Pericle.

L’analisi tucididea della pestilenza fece scuola: la descrizione della peste ad Atene occupa il finale del De rerum natura, nel quale è forse da riconoscersi la metafora della forza distruttrice della natura, rispetto alla quale l’uomo, impotente, ha come unica arma di difesa l’esercizio epicureo della ragione e della conoscenza, che gli consente di affrancarsi dalla paura e dal buio della superstizione dal ricatto della cupido vitae e del timor mortis.

L’epidemia di peste che colpì Firenze nel 1348 fa da cornice al Decameron di Boccaccio: dalla cruda descrizione dei sintomi e degli effetti devastanti anche sul piano morale (col venir meno di qualsiasi forma di solidarietà e norma di civile convivenza e col trionfare delle paure e delle superstizioni, che inducevano a «schifare e fuggire gli infermi e le lor cose» sino al disprezzo dei legami familiari più stretti: non soltanto quelli tra fratelli o tra coniugi ma addirittura tra genitori e figli: «[…] maggior cosa è, e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano») consegue una riconsiderazione della pestifera mortalità come precondizione e opportunità per la rigenerazione morale e la rinascita della società. E la medesima epidemia è una delle principali fonti di ispirazione del Canzoniere di Petrarca, il quale nel carme CCLXIX affronta il tema della sofferenza legata alla perdita delle persone care: nel suo caso, di Laura, la donna amata, e del cardinale Giovanni Colonna, cui era legato da profonda amicizia. In questo carme Petrarca si rivolge alla Morte, accusandola di averlo privato di un «doppio thesauro». E all’esperienza della peste Petrarca torna nella settima lettera dell’ottavo libro delle Epistole familiari, dove l’orrore per i disastri provocati dalla malattia induce il poeta a rivolgersi direttamente a Dio per comprendere le ragioni di quel male, al quale sarebbe preferibile un morte più onorevole e virile quale quella che si incontra andando in guerra. Dunque la peste colpisce minando non soltanto il corpo ma anche l’anima, insinuandole il seme del dubbio e togliendole la speranza e il conforto della religione. Anche per Manzoni, che alla peste dilagata a Milano tra il 1629 e il 1630 ha dedicato alcuni celebri capitoli de I promessi sposi, oltre che il saggio storico Sulla colonna infame (in cui Manzoni ricostruisce il processo che nel 1630 mandò a morte cinque innocenti con l’accusa di essere untori), la peste resta un evento incomprensibile che elimina colpevoli e innocenti e che in una prospettiva cristiana serve a mettere alla prova la fede in Dio. Particolarmente incisiva la narrazione contenuta nel cap. XXXII del romanzo, dedicata alla descrizione della follia collettiva scaturita dalla peste, che mette a nudo la fragilità della natura umana, preda delle pulsioni più irrazionali e della superstizione, e della società, travolta dalla violenza corrosiva dell’egoismo e dell’individualismo, che annienta la solidarietà sociale e capovolge persino i vincoli familiari: «si prendeva ombra», cioè si aveva in sospetto, non solo l’amico o l’ospite, ma anche i propri familiari più stretti: marito, moglie, figli, per cui «cosa orribile e indegna a dirsi! La mensa domestica, il letto nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio».

La peste che dilagò a Marsiglia nel 1720 e che si temeva potesse attraversare la Manica e giungere in Inghilterra fu fonte d’ispirazione per il Journal of the plague year di Daniel Defoe, dedicato alla ricostruzione della terribile pestilenza che si abbattè su Londra nel 1665, seguito un mese dopo, nel febbraio del 1722, dalla pubblicazione di una specie di manuale d’istruzione in caso di epidemia, Due preparations for the plague. In una Londra in preda al panico, l’intento delle autorità di mantenere l’ordine e il controllo della situazione viene ostacolato dall’istinto di autoconservazione delle masse, che perdono la compassione per gli altri e il rispetto per le autorità. Nel mondo frantumato dalla peste il crimine è diffuso, tollerato e diventa quasi una routine. E anche quando l’epidemia continua a recedere, quando i bollettini medici annunciano una diminuzione dei decessi, il disordine e l’agitazione continuano a prevalere in città. Il sellaio H. F., cui Defoe attribuisce la paternità del racconto, racconta del biasimo di cui sono oggetto i medici e i sacerdoti che durante l’epidemia avevano abbandonato pazienti e fedeli, descrive i disordini provocati da coloro che se ne vanno in giro ad annunciare il ritorno della malattia o l’arrivo di nuovi malanni; parla di quei fanatici che sostengono che Londra non era stata castigata a sufficienza e augurano alla città altri più severi flagelli.

Cronaca di una peste immaginaria che funesta, negli anni quaranta, la città algerina di Orano è La peste (1947) di Albert Camus. Ancora una volta il male diventa metafora della presenza incomprensibile del dolore nell’esistenza dell’uomo e vero e proprio banco di prova dell’umanità, nelle sue varie reazioni di fronte alla prospettiva della morte. La cronaca del dottor Rieux, l’eroico protagonista della vicenda, descrive l’epidemia dal suo comparire, con un’inspiegabile moria di topi (che desta inizialmente soltanto fastidio e un minimo di preoccupazione tale da far pensare che sia sufficiente, per risolvere il problema, un semplice intervento di derattizzazione) al suo dilagare (tra il disorientamento, lo sbalordimento, il panico e l’angoscia generali) al suo risolversi e alla riapertura del cordone sanitario intorno alla città in quarantena. Nella condizione di emergenza sanitaria e di isolamento in cui la città di Orano viene a trovarsi, ogni individuo elabora una risposta personale, in balìa di una fondamentale contraddizione, che da un lato avvicina tra loro i cittadini, in cerca di solidarietà, dall’altro li allontana anche dai vicini di casa per paura del contagio: c’è chi si impegna a combattere il male per mantenere in vita almeno la speranza di una rinascita, chi preferisce estraniarsi restando avvinghiato al proprio individualismo o, dormiente, di rifiuta di aprire gli occhi restando indifferente e arrivando a negare il male, chi ormai ricorda a stento le sembianze dei propri cari defunti, per rassegnazione, per indifferenza o per autodifesa e per istinto di sopravvivenza, e chi approfitta della situazione per trarne guadagni illeciti, al pari dei monatti di manzoniana memoria.

Concludo con le considerazioni di Tarrou, un originale personaggio che si prodiga nel soccorso agli appestati e che morirà quando ormai la città è in festa per la fine dell’epidemia: «Per questo, inoltre, l’epidemia non mi insegna nulla, se non che bisogna combatterla al suo fianco, Rieux. Io so di scienza certa (tutto so della vita, lei lo vede bene) che ciascuno la porta in sé, la peste, e che nessuno, no, nessuno al mondo ne è immune», e con le ultime parole di Rieux nel finale del romanzo: «Ascoltando, infatti, i gridi di allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce, e che forse verrebbe un giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice


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Olimpia Imperio
insegna Lingua e Letteratura Greca all’Università di Bari. Ambito privilegiato della sua attività di ricerca è il dramma  attico e la sua ricezione. Ha studiato, in particolare: forme ed elementi strutturali della commedia, quali il coro e le parabasi; testi frammentari di Aristofane e di comici minori; e aspetti fondanti della poetica comica, quali metafore e personificazioni, satira politica e maschere di intellettuali, intersezioni tra commedia e filosofia.