Guida ragionevole #7

John Wesley Harding di Bob Dylan

Questo disco non è forse uno dei best seller di Robert Allan Zimmerman a.k.a. Bob Dylan, e i numeri di Spotify lasciano intravedere un abisso tra gli ascolti di Blonde On Blonde e quelli di John Wesley Harding, ma ha una importanza fondamentale come del resto tutti i suoi dischi pubblicati fino ad inizio anni settanta.

Dylan con la sua trilogia elettrica aveva dapprima sconvolto e poi modernizzato il genere folk elettrificandolo e creando 3 album capolavori. Poi nel 1966 si fermò a causa del leggendario incidente in motocicletta e si ritirò a Woodstock per circa un anno. Nell’autunno del 1967 Dylan chiama Bob Johnston, il suo produttore, e lo avverte che ha finalmente qualche canzone da registrare a Nashville. Stavolta non si porta né Robertson né Kooper, col quale forse aveva rotto i rapporti, e ha le idee insolitamente chiare su come registrare il nuovo materiale: in poche ore tre canzoni sono pronte e Dylan se ne torna a Woodstock. È il 17 ottobre. Il 6 novembre è di nuovo a Nashville per una seconda sessione, con gli stessi musicisti The Band (registrando i famosi Basement tape) e il disco è quasi pronto. È il più strano che abbia mai inciso e esce nel dicembre 1967.

Il nome del disco (e del brano omonimo) è ispirato al fuorilegge texano vissuto a meta del secolo diciannovesimo e spiazzò di nuovo tutti: pubblico e critica. Dopo aver lanciato il folk elettrico e dopo che nel giugno del 1967 Sgt. Pepper aveva spostato i gusti del pubblico verso il rock psichedelico, per altro da lui stesso anticipato nei dischi precedenti, Dylan pubblica qui un album quasi country con venature folk ma in una nuova direzione che da lì in avanti sarebbe stata seguita da moltissime band.

John Wesley Harding è un disco scarno ed essenziale, con pochi strumenti tradizionali, canzoni brevi e ridotte all’osso che vanno dritte al cuore di chi ascolta e testi pieni di citazioni bibliche e che raccontano storie di fuorilegge, emarginati e migranti. Nel lato A spicca All along the Watchtower resa famosa anche da una versione pazzesca di Jimi Hendrix e anni dopo dagli U2 in Rattle And Hum, ma tra i brani più significatici c’è sicuramente The ballad of Frankie Lee and Judas Priest dove la voce di Dylan e la sua chitarra acustica sono quasi perfette.
L’ultimo brano del disco la stupenda I’ll be your baby tonight perfetto esempio di ballad country rock che aprirà le porte al disco successivo di Dylan Nashville skyline.

Un disco senza tempo e fuori dalla storia che dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, il genio del più grande cantautore americano di sempre. Come scrisse Rolling Stone nel 1968, recensendo l’album all’indomani dell’uscita: “Il nuovo disco di Bob Dylan è arrivato: è sui nostri giradischi, lo sentiamo alla radio (anche se non ne trasmettono abbastanza, Dio solo sa perché) ed è una raccolta amorevole e calda di miti, profezie, allegorie, canzoni d’amore e divertimento“.

Due piccole curiosità: in copertina con Dylan sono ritratti oltre ad un falegname di Woodstock due musicisti bengalesi Luxman e Purma Das all’epoca nel giro di Albert Grossman, manager di Dylan, inoltre la leggenda narra che nella copertina (sotto il titolo) siano visibili i ritratti dei quattro Beatles. Può bastare?