Guida ragionevole #10

Knock Knock degli Smog

Knock Knock è il settimo album di Smog, alias Bill Callahan, uscito oltre vent’anni fa e ristampato l’anno scorso in versione Deluxe dalla Drag City, poiché considerato un classico, grazie all’elevata qualità delle canzoni e l’approccio scarno ma sincero. NME lo descrisse come il decimo miglior album del 1999, e il quotidiano “The Independent” come miglior album pop di quell’anno.

Intanto parliamo della copertina: c’è un gatto e un fulmine. In una intervista Callahan affermò che la copertina è un riferimento a “due principi zen: quello della vita è come un lampo o il ruggito di un gatto selvatico“. In realtà Bill scrisse l’album dopo che fu lasciato da Chan Marshall, ossia Cat Power, è pare che la copertina potesse essere anche un riferimento proprio alla loro storia: i due convivevano in una casetta in campagna e avevano grandi progetti, ma Cat Power lo abbandonò dall’oggi al domani, e subito dopo Bill compose questo disco pervaso da un umore depresso e abulico.

Grazie anche allo zampino del tuttofare Jim O’Rourke, Knock Knock segna una svolta meno lo-fi rispetto ai suoi lavori precedenti, con arrangiamenti sofisticati, archi e cori e le canzoni funeree di Callahan assumono i toni di un vero rock da camera: Let’s Move To The Country rielabora Laurie Anderson con un’orchestrazione d’archi, No Dancing è cantata nel registro decadente di David Bowie, mentre i sei minuti di River Guard sono una dolente riflessione intimista condotta al ritmo dei rintocchi di un pianoforte stonato, con echi di Neil Young e Tom Waits. In generale nelle storie fataliste è dominante il tema del “male di vivere“.

Smog è nato all’interno del movimento lo-fi americano, quello che annovera i vari Pavement, Beck, Sebadoh (che avremmo dovuto vedere live proprio al Circolo della musica il 25 marzo scorso), ed è una delle voci che hanno ridefinito il concetto di “solista” nell’era del “post-rock”.

Le sue canzoni sono miniature sonore che possiedono quel sapore di immortalità tipico di classici, riuscendo a esplorare i recessi più cupi della mente, la solitudine, l’angoscia, l’alienazione, e sviluppando attorno un canovaccio musicale tanto sobrio quanto originale.

Smog è stato definito il Drake degli anni Novanta, soprattutto per la capacità di trasferire sul pentagramma quel disagio esistenziale tanto emozionante quanto sobrio e misurato, mostrando un talento fuori dal comune.
Non serve sapere molto altro: ci basta dire che qui possiamo trovare la voce più intensa e profonda della scena indie americana.