Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita

Sandro Penna è nato il 12 giugno 1906. È stato un poeta appartato, scrisse nell’ombra e la sua opera emerse nel Dopoguerra con le raccolte più importanti: “Una strana gioia di vivere” (1956) e “Croce e delizia” (1958). Nella sua città natale trascorse la giovinezza e nel 1929 arrivò a Roma. Scriveva poesie e, al contempo, era impiegato nei più disparati mestieri.

Fu Umberto Saba a incoraggiarlo all’inizio, i due erano molto amici. Saba scriveva a Penna: «Ho copiato le tue nuove poesie in un fascicoletto che ora gira per le mani dei miei amici. Tutti quelli che l’hanno letto, Stuparic, Giotti e altri che non conosci, sono rimasti entusiasti.»

La sua è una limpidezza che ha del miracoloso, che non si sa da dove venga. Facevano parte della sua costellazione poetica alcune stelle fisse, come Leopardi e Rimbaud, ma anche Saba stesso. Era, per se stesso il «poeta esclusivo d’amore», professato per i ragazzi, che erano marinai talvolta, garzoni, adolescenti.

Mai esclusivo, l’amore di Penna, era anche per i luoghi, sempre gli stessi: Roma con le sue strade e piazze, le buie sale cinematografiche, i bar periferici, i tram, i treni, la verde campagna, i ponti, i fiumi, i mari, la sera. Li descrive con un linguaggio fuso che prende dal dialetto, dal quotidiano, ma anche dall’aulico.

 

Riascoltiamolo, in una toccante apparizione nel docufilm di Mario Schifano Umano non Umano del 1972. Una delle rarissime sue apparizioni che ci mostra la fragilità e il malessere di un grandissimo poeta italiano.