Una vita collettiva. Natalia Ginzburg sulla paura della solitudine

Natalia Ginzburg, nata a Palermo il 14 luglio 1914, è considerata una figura di primo piano della letteratura italiana del Novecento. Nel volume Mai devi domandarmi (Einaudi, la cui nuova edizione è a cura di Domenico Scarpa, con l’introduzione di Cesare Garboli) sono raccolti gli articoli che Natalia Ginzburg pubblicò su La Stampa tra il dicembre del ‘68 e l’ottobre del ‘70, esclusi alcuni pezzi usciti su il Giornale e sul quindicinale Romanzi e Racconti, e tre testi del tutto inediti.

Una vita collettiva fa parte degli articoli usciti su La Stampa e, benché siano passati più di cinquant’anni, molti passaggi della riflessione di Ginzburg riescono a regalarci ancora oggi una chiave di lettura efficace per interpretare con maggiore sicurezza il nostro presente; un tempo in cui la confusione dilaga e non esistono più verità certe o sicure menzogne. 

«Penso che essenzialmente quello che detesto nel mio tempo, è proprio una falsa concezione dell’utile e dell’inutile. Utile viene decretata la scienza, la tecnica, la sociologia, la psicoanalisi, la liberazione dai tabù del sesso. Tutto questo è reputato utile, e circondato di venerazione. Il resto è disprezzato come inutile. Nel resto però c’è un mondo di cose. Esse vanno evidentemente chiamate inutili, non portando con sé per i destini dell’umanità nessun vantaggio sensibile. Enumerarle sarebbe difficile, essendo esse infinite. Fra esse c’è il giudizio morale individuale, la responsabilità individuale, il comportamento morale individuale. Fra esse c’è l’attesa della morte. Tutto quello che costituisce la vita dell’individuo. Fra esse c’è il pensiero solitario, la fantasia e la memoria, i rimpianti per l’età perdute,  la malinconia. Tutto quello che forma la vita della poesia. Una simile parola, negletta, schernita e umiliata, appare oggi così antica e intrisa di vecchie lagrime e polvere, quasi fosse lo spettro stesso dell’inutilità, che uno si vergogna perfino di pronunciarla

Essendo dunque negletto e mortificato tutto quello che forma la vita dell’individuo, essendo venerati e santificati gli dei dell’esistenza collettiva, avviene che non è più tenuto in nessun conto il solitario pensiero. È stato decretato che non serve a nulla, che non ha potere alcuno, che non incide in nulla sulla vita dell’universo. Sembrando l’umanità ammalata, utili sono chiamate soltanto quelle che si stimano essere medicine per curarla.

Il pensiero solitario non appare se non come un malinconico e sterile frutto di solitudine e fatica; e due cose sono oggi con prepotenza odiate, la fatica e la solitudine. Si cerca di combatterle e di annientarle ovunque se ne scorga una pallida impronta. Ci si raduna in gruppo, per difendersi dall’oscurità e dal silenzio, dalla presenza faticosa e stremante del proprio essere singolo; ci si raduna in gruppo per viaggiare, per esistere, per cantare e suonare, per creare opere. Ci si raduna in gruppo anche per fare l’amore: sembrando faticoso e stremante, e troppo imparentato con la solitudine, il famoso antichissimo rapporto di una sola donna con un solo uomo. 

Il desiderio di difendersi con ogni mezzo dalla solitudine e dalla fatica, appare chiaro soprattutto in due espressioni della vita attuale: nelle opere creative, e nei rapporti fra donne e uomini.

Fra le età dell’uomo, quella che oggi è preferita e amata è l’adolescenza: essendo insieme l’età in cui ci si sveglia ai piacere della vita adulta, e in cui la fatica degli adulti ci è risparmiata. Essa è anche l’età in cui le colpe ci vengono perdonate. Così, il mondo di oggi appare come il regno degli adolescenti; donne e uomini si travestono da adolescenti, qualunque sia l’età che hanno toccata. In questo sogno d’adolescenza, uomini e donne si rassomigliano e si identificano, sembrando voler apparire la medesima cosa: il medesimo essere ambiguo, languido, randagio e soave, indifeso e tenero, con panni colorati e laceri e vestiti fluenti; immerso in un eterno abbandono, perduto in un eterno pellegrinaggio, senza propositi e senza tempo

(…) Quanto alle opere creative, esse esprimono ugualmente un desiderio di non-fatica, non-travaglio, non-dolore, non-spargimento di sangue; i romanzi e i versi aridi e confusi che oggi vengono scritti, dicono chiaro come non sia stata spesa per scriverli neanche un’ombra di fatica reale, e chi li ha scritti si è limitato a specchiarsi nella sua aridità e confusione; le opere d’arte che si vedono nelle gallerie e nei musei, composte di veri manici di scopa e di veri secchi di plastica, i quadri fatti di un semplice strato di colore, non hanno richiesto nulla di più d’una veloce ricerca in cucina o d’una rapida pennellata simile a quella di chi vernicia una stanza. 

Portando così di peso nell’arte la realtà più transitoria e più vile, l’uomo di oggi intende esprimere il vuoto e la sfiducia che lo circonda, vuoto da cui non trae che una scopa, una palla di vetro o una macchia di vernice; ma esprime anche la sua volontà di risparmiare a se stesso il sangue, il travaglio, lo strazio e la solitudine della creazione. 

(…) La sua liberazione è sopprimere dal suo spirito ogni inclinazione al dolore e alla fatica; e con essi ogni senso di colpa, ogni solitario terrore. La sua liberazione è rifugiarsi in uno stato di adolescenza eterna, di estrema irresponsabilità e libertà; far buio sui propri complessi, sulle proprie inibizioni, sulle proprie nevrosi; avendoli a lungo esplorati, sbarazzarsene, come di ombre o di incubi; definirli inutili, e definire inutile con loro tutto il mondo dello spirito

* Da Mai devi domandarmi (Einaudi, la cui nuova edizione è a cura di Domenico Scarpa, con l’introduzione di Cesare Garboli).